L'urna cineraria è l'ultimo "luogo di sepoltura" dei resti cremati di un individuo rappresentando nel contempo l'oggetto dove si sono focalizzati alcuni dei gesti rituali legati alla morte ed al trattamento rituale del cadavere. Considerato da questo punto di vista il cinerario assume una importanza fondamentale nella ricostuzione della cultura della morte di una società al pari, quantomeno, del corpo inumato. Il problema principale nell'analisi antropologica e archeologica di un cinerario antico è l'analisi del suo contenuto, analisi difficile per la variabilità di numero e di stato dei resti, per la varietà di composizione fisico-chimica della matrice, per la disposizione stratigrafica del contenuto stesso e così via.  Senza contare la presenza o meno del corredo funerario all'interno del vaso.
Dal punto di vista del suo studio il cinerario viene generalmente "svuotato", il contenitore inviato al restauro e il contenuto, una volta lavato, nel migliore dei casi inviato al laboratorio di antropologia. I sotterranei dei nostri musei sono spesso pieni di vasi cinerari restaurati e di sacchetti di resti cremati mai studiati, magari provenenti da collezioni dei primi anni del secolo scorso: la vecchia archeologia di matrice antiquaria dava importanza al vaso cinerario e al corredo contenuto in esso ma non ai resti cremati, distruggendo così gran parte delle informazioni funerarie e biologiche del proprietario del cinerario stesso, che in fondo era stato l'oggetto centrale di tutta la complessa e ritualizzata cerimonia che andava dalla preparazione del cadavere alla cremazione fino alla deposizione del cinerario nel suo luogo definitivo di sepoltura. L'aumentata sensibilità verso un'archeologia e un'antropologia della morte ha in qualche modo migliorato questo scenario, anche se i casi di "buona pratica" non sono così frequenti anche se si sta sempre più consolidando l'idea che qualora si voglia studiare un cinerario allo scopo di avere quante più notizie del soggetto o dei soggetti contenuti, bisogna ricorrere al microscavo di laboratorio, operazione spesso lunga e laboriosa e che consiste nello scavare il cinerario seguendo una serie di criteri stratigrafici collocando spazialmente i resti e l'eventuale corredo nel suo interno [1].
Il microscavo in laboratorio è considerato quindi il gold standard per lo studio dei cinerari antichi innanzitutto perché permette di ridurre significativamente la frammentazione dei resti cremati e perché è spesso possibile, se la matrice del terreno contenuto nel cinerario non è troppo consistente, documentare una vera e propria stratigrafia interna determinando quindi la sequenza di riempimento del contenitore.  Il microscavo di laboratorio è comunque molto dispendioso in termini di tempo non solo a causa della tecnica di scavo, ma la sua anche per il tempo richiesto per la sua documentazione. Il microscavo è inoltre un evento distruttivo e quindi non ripetibile: sta nell'abilità dell'operatore la messa in evidenza e la raccolta dei dati. Tra l'altro in questo caso, ancor più che nello scavo "di campo", la tridimensionalità assume un ruolo fondamentale per la corretta interpretazione delle fasi di riempimento del cinerario e dei rapporti fra i resti cremati tra loro.
Lo studio mediante tomografia computerizzata multistrato (MSTC) dei cinerari, nonostante abbia un riscontro piuttosto limitato sia nella letteratura che nella pratica, potrebbe essere proposto come metodica particolarmente utile come ausilio al microscavo ma anche, in quanto metodica non distruttiva,  come alternativa al microscavo stesso [2]. Uno dei primi esperimenti sull'uso della tomografia computerizzata nell'ambito dei cinerari preistorici fu condotto nel Regno Unito nei primi anni '90 [3], mentre più recentemente la metodica è stata utilizzata con successo nei cinerari etruschi [4], norreni [5] e celtici   [6],[7]. Questi studi hanno evidenziato la validità del metodo, che permette una rapida ed efficace valutazione del contenitore, del corredo, della tessitura deposizionale dei resti cremati e, in qualche misura, dei resti cremati stessi.
Il progetto di studio dei cinerari antichi che questa Unità di ricerca porta avanti da alcuni anni vuole contribuire a mettere a punto un sistema efficiente e ripetibile di studio di questi manufatti che permetta di ottenere gli stessi risultati del microscavo con il vantaggio della digitalizzazione dei componenti del cinerario e delle possibilità diagnostiche della TC a livello strutturale.


Reference List

  1. Pacciani E. (2012) Il microscavo di un cinerario in laboratorio in: Restaurando la storia, L'alba dei principi etruschi, a cura di Bruschetti P., Cecchi F., Giulierini P., Pallecchi P..
  2. Cavalli F. (2012) Analisi non distruttiva di un cinerario mediante MSTC, in Restaurando la storia, L'alba dei principi etruschi, a cura di Bruschetti P., Cecchi F., Giulierini P., Pallecchi P., .
  3. Anderson T., Fell C. (2000) Analysis of Roman cremation vessels by Computerized Tomography..
  4. Minozzi S., Giuffra V., Bagnoli J., Paribeni E., Giustini D., Caramella D., Fornaciari G. (2010) An investigation of Etruscan cremations by computed tomography (CT).
  5. Harvig, L., Lynnerup, N., & Ebsen, J. A. (2000) Computed tomography and computed radiography of late Bronze Age cremation urns from Denmark: an interdisciplinary attempt to develop methods applied in bioarchaeological cremation research.
  6. Visnjic, J., Cavalli, F., Percan, T., Innocenti, D. (2013) The Early Iron Age urn grave from Beram. The results of archaeological and MDCT research.
  7. Cavalli F., Innocenti D., Cresnar M., Vinazza M. (2000) Multidetector computed tomography and micro-excavation of prehistoric urn from Novine / Hoarachkogel (Slovenia / Austria) in: Archäologische Biographie einer Landschaft an der steirisch-slowenischen Grenze.