Paleoradiologia e stratigrafia archeologica

La paleoradiologia, nell’immaginario comune, è legata allo studio delle mummie egizie per mezzo della TC. Se andiamo a fare una rapida ricerca con Scholar Google, il termine “paleoradiology” indicizza complessivamente non pochi lavori che comunque sono in gran parte dedicati alla mummiologia. D’altronde il rapporto radiologia / mummie è vecchio quanto la radiologia stessa, per cui non c’è nulla di strano in questo. Il problema è che, definita prevalentemente in questo ambito di studio, la paleoradiologia come disciplina resta ingessata in un ambito tremendamente settoriale e quindi resta strutturalmente debole. E questo è un problema perché la paleoradiologia, disciplina molto giovane se consideriamo che “rinasce” agli inizi di questo nuovo millennio con l’introduzione nella pratica radiologica della TC ad alta definizione, deve confrontarsi con un mondo composto in larga misura da archeologi che “avversano il nuovo o lo riducono ad elettrodomestico e che vorrebbero marginalizzare la metodologia a vantaggio dell’archeologia, come se la prima fosse ancella della seconda e come se la relazione strumento/osservatore (...) fosse solo un “accidente” della storia della scienza che ha poca attinenza sulle pratiche” [1]

A ben vedere, invece, i materiali antropologici studiabili radiologicamente sono molti, sia a livello di manufatto (i cinerari, per esempio) che a livello di resti scheletrici tout court. Inoltre la digitalizzazione e soprattutto la tridimensionalità di alcune metodiche di acquisizione delle immagini, aprono delle possibilità del tutto nuove nel campo degli studi quantitativi applicati alla morfologia.

In alcuni casi la diagnostica per immagini in generale e specialmente la TC può svelare con precisione l’organizzazione interna di un manufatto. In questo caso la paleoradiologia, con la sua capacità di produrre stratigrafia può essere considerata “archeologia” tout court. Tra l’altro questa caratteristica “stratigrafica” la inquadrerebbe in un ambito processuale a tutti gli effetti.

L’ analisi stratigrafica, intesa come l’individuazione di interfacce causate da una azione antropica deliberata e quindi in qualche modo intuibile se non addirittura classificabile e quantificabile, può essere considerata  uno dei punti di forza nella diagnostica paleoradiologica: se con il radiogramma convenzionale il contenuto (di un cinerario, di una mummia) diventa palese e quindi entro certi versi studiabile, è con la tridimensionalizzazione (MSTC, RM) che la matrice che circonda gli oggetti (resti cremati o imbalsamati o mummificati, corredo, ecc.) diventa visibile e con lei la sua disposizione stratigrafica dell’intorno degli oggetti stessi o, più generalmente, dello spazio in studio [2].

L’analisi stratigrafica non è appannaggio solamente della matrice di un cinerario, ma dovrebbe essere considerata anche nel caso di una mummia. La disposizione delle fasce, dei materiali di imbalsamazione e del corredo oltreché del corpo imbalsamato di per se stesso possono avere una valenza stratigrafica perché possono documentare la sequenza delle fasi di costruzione del manufatto / mummia. Registrare i gesti funerari, che poi è uno degli scopi importanti dell’archeologia e dell’antropologia funeraria, diventa quindi uno degli scopi primari dello studio radiologico del cinerario o della mummia intesi come manufatto culturale, spostando quindi seriamente l’attenzione dalle mirabilia ad un discorso più squisitamente archeologico e, in ultima analisi, scientifico. 


Reference List

  1. D'Andrea A., Barbarino, M. (2012) Modellare lo scavo archeologico: esperienze e tecniche a confronto.
  2. Cavalli F., Innocenti D., Cresnar M., Vinazza M. (2000) Multidetector computed tomography and micro-excavation of prehistoric urn from Novine / Hoarachkogel (Slovenia / Austria) in: Archäologische Biographie einer Landschaft an der steirisch-slowenischen Grenze.

Fabio Cavalli

21 Apr 2017

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